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Perché una tela bianca è un’opera d’arte



Scritto il 20-09-2017

Davanti a molte opere di arte contemporanea, anche famose e decisive, sono frequenti reazioniche vanno dall’incredulità all’indignazione e che sfociano in un “questo avrei potuto farlo anche io! / mio figlio di sei anni“, che prima o poi abbiamo sentito e detto tutti. Capita soprattutto con i quadri astratti ed espressionisti, fatti di chiazze, linee e macchie, e con l’arte concettuale: coi movimenti insomma dove l’abilità manuale dell’artista passa in secondo piano rispetto all’elaborazione di un’idea, alla libera espressione dell’interiorità o a uno studio formale. Se accostamenti di linee e colori sono difficili da capire, lo sono ancora di più le tele bianche, semplicemente bianche: eppure sono opere fondamentali che hanno fatto la storia dell’arte mondiale e che vengono vendute per milioni di dollari alle aste. Un video di Vox ha provato a spiegare perché sono arte e perché no, non avreste potuto farlo anche voi.

La maggior parte degli artisti che ha dipinto tele bianche fa parte, spiega il video, del minimalismo, un movimento che si sviluppò soprattutto negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta come reazione all’espressionismo astratto degli anni Quaranta e Cinquanta, un tipo di pittura gestuale, espressiva, emotiva, che voleva esprimere l’inconscio dell’autore: ne fu esponente per esempio Jackson Pollock, con le sue pennellate e secchiate di colore gettate e colate istintivamente sulla tela. Al contrario i minimalisti erano convinti che l’autore dovesse scomparire e che l’arte non dovesse per forza indicare qualcos’altro: come spiegò il pittore Frank Stella «Quel che vedi è quel che vedi» («What you see is what you see»). Volevano che il loro lavoro fosse semplice, armonico, ordinato ed essenziale, come appunto una tela bianca.

Il primo importante esempio di tela bianca però è ben antecedente al minimalismo americano e risale al Suprematismo, un movimento delle avanguardie russe incentrato su linee e forme geometriche: nel 1918 Kazimir Malevich dipinse White on White, con due quadrati di diverse sfumature di bianco incastrati asimmetricamente uno sull’altro. Fu una delle opere più rivoluzionarie e radicali dell’epoca, dove l’unica traccia dell’autore emergeva nella texture e nelle sottili variazioni di bianco.

L’influenza dei White Paintings non restò confinata nel mondo delle arti visive: il musicista John Cage spiegò che gli diede l’idea per 4’33”, un brano del 1952 in cui un musicista resta seduto al pianoforte senza toccarne i tasti per quattro minuti e 33 secondi, lasciando emergere e invitando l’ascoltatore a fare attenzione ai suoni dell’ambiente attorno.

La forza dei White Paintings e delle tele bianche in generale, spiega il sito del Museum of Modern Art di New York, «sta negli spostamenti di attenzione richiesti all’osservatore: impongono di rallentare, di guardare più volte da vicino, di ispezionare le mute superfici dipinte in cerca di sottili cambiamenti di colore, luce e texture». L’impegno e il coinvolgimento necessario da parte dell’osservatore è la chiave per comprendere tutti questi quadri bianchi, spiega anche Elisabeth Sherman, una curatrice del Whitney Museum di New York, dedicato all’arte contemporanea. Il bianco, ricorda Sherman, non è mai qualcosa di assolutamente puro, è fatto di una varietà di pigmenti, come sa chiunque abbia dipinto di bianco i muri di casa, trovandosi davanti a una gamma numerosa tra cui scegliere. Osservando da vicino queste tele bianche emergono linee sottili, grumi di colore, consistenze diverse, pattern, persino colori che compongono le diverse sfumature di bianco. Sono opere che non dicono tanto qualcosa in sé, ma che spesso provocano una reazione nello spettatore: che sia di rabbia, indignazione, spaesamento o abbandono. Come spiega Sherman, solo osservandole si può imparare qualcosa sull’opera, ma soprattutto su di noi.

Fonte: ilpost.it




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